Vado piena di entusiasmo a queste presentazioni dove l’argomento è l’autore, cosa ha fatto, da dove viene, cosa vuole fare della vita, ma io sono là per il libro! Per assurdo, potrei leggere un bellissimo libro e scoprire che l’autore è un torturatore seriale di lumache. Cosa cambierebbe al fatto che è un buon libro? Non sono certa che se Oscar Wilde facesse una presentazione oggi, leggerei il suo “Ritratto di Dorian Gray”…

Comprendo un po’ di curiosità sulla persona che ha scritto un libro che abbiamo apprezzato, ma limitata e circoscritta. Se sono un lettore, voglio leggere una storia.

Ho sempre tenuto per me questa obiezione, pensando fosse un mio limite: siccome non voglio parlare di me, allora in fondo sono invidiosa di chi vuole farlo. Qualche giorno fa invece ho incontrato sulla mia strada virtuale un post scritto da un altro lettore, Sergio Sozi (che pubblico nella sua interezza con l’autorizzazione dell’autore), che ha alzato la stessa obiezione.
Allora non sono la sola! Da lì, ne ho trovati altri.

Chiarisco meglio: anche io quando mi appassiono ad un autore nutro curiosità sulla persona. Anche io ad alcune presentazioni di autori affermati sono andata per incontrarli, per avere il loro autografo o per far loro qualche domanda più personale che tecnica. Parliamo però di autori che hanno già un loro percorso ed una bibliografia alle spalle che possa aver già fatto scattare l’amore per lo stile, le trame o comunque le opere.

La mia impressione di oggi è che le presentazioni vengono utilizzate per “vendere l’autore“, soprattutto se esordiente. Il libro passa in secondo piano, non interessa sapere la trama, l’intreccio o lo stile con cui è scritto. Non interessa alle presentazioni di sentire piccole frasi, piccoli brani, per capirne la padronanza della tecnica e se fa per noi, sembra piuttosto che ci debba piacere l’autore e se ci piace, pure se avesse scritto una pappetta immonda, noi la compreremmo lo stesso.

Non capisco perché c’è stato questo passaggio e soprattutto se è stato graduale o repentino. Le presentazioni di libri sono sempre esistite, ma quelle di 20 anni fa non le ricordo così (sarà l’età?). Il libro era al centro di tutto, ne parlava l’autore se presente, ma poi c’erano anche moderatori e sugli argomenti nascevano dibattiti. Dove sono finite queste presentazioni?

Non credo che i social abbiano cambiato l’approccio, credo piuttosto il contrario: l’approccio cambiato ha trovato nella vacuità e superficialità dei social il proprio ambiente adatto.

Io sono abbattuta, molto abbattuta, ma confesso, lo sono per mero interesse personale. Non volendo apparire come autore, non trovo alcuna libreria o associazione o blog o niente che voglia ospitare qualcuno a presentare il mio libro.

Potrei inviare persone che sanno parlare in pubblico meglio di quanto lo possa fare io: la mia Author Advisor che potrebbe raccontare la storia di come questo libro è nato, i tecnici che ci hanno lavorato o l’imprenditore che ci ha investito, qualcuno che lo ha letto e possa raccontarne la trama o ciò che ha amato, ma sembra che questo non interessi a nessuno.

I librai o gli organizzatori in genere ci dicono che se le persone non vedono me, Nannakola, in carne ed ossa, con i miei capelli anonimi, con le mie gonne lunghe o le mie magliette colorate, non sono interessati. Quasi che la storia che ho scritto non esista più.

Eppure, più che a uno scrittore, la storia appartiene a chi la legge. O no?


CREDITS: Sergio Sozi – autore del post inserito nel testo – link al suo blog

CREDITS: Immagine in evidenza gentilmente donata da WikiImages per Pixabay