Varenne e il Salone del Libro
Varenne. Bello e bravo. Ormai in pensione.

C’è un detto molto famoso: “Il calabrone non potrebbe volare per le leggi fisiche, ma lui non lo sa e vola lo stesso”.

Mi fa pensare ad una leggenda metropolitana (o forse è vera? bo) nella storia dell’ippica che racconta che Varenne, il cavallo trottatore più premiato e famoso della storia dell’ippica, detto anche “Capitano”, fosse un esemplare poco adatto al trotto.
Si racconta cioè che quando era ancora un puledro molti esperti del settore dicessero che sarebbe stato un trottatore poco più che mediocre.
Per fortuna Varenne non capiva quella lingua, non comprendeva le metriche degli esperti e ha vinto tutto ciò che si poteva vincere trottando, perché lui a far incazzare gli esperti si divertiva proprio.
La scorsa domenica, il “mediocre” trottatore ha compiuto 30 anni e ha fatto il suo giro di rappresentanza nell’ippodromo di Agnano salutando anche il suo proprietario morto pochi giorni prima e prendendosi i suoi meritatissimi applausi.

Storie così se ne sentono continuamente, nei vari settori, nel calcio, nel baseball, nel rugby ce ne sono a bizzeffe: artisti o sportivi che hanno sovvertito le regole del mondo a cui si affacciavano nonostante tutti i cattivi pronostici.

Dove voglio arrivare? E perché racconto queste storie per il salone del libro?
Quest’anno, per la prima volta, varcherò le porte del Salone del Libro di Torino come espositrice, pur non avendo le “giuste” caratteristiche. Infatti andrò con due libri pubblicati senza editore, ma nati grazie al mio lavoro e che hanno passato la selezione degli “esperti” per essere accettati nell’area PRO (quella dei libri “indie” o “self”) del Salone: “L’isola dei Gatti Scalzi” di Nannakola e “Oltrepassando la pioggia” di Valeria Zamboni.

Se è vero, come credo, che in ogni settore sono necessari gli esperti, è anche vero che a volte serve la rottura del paradigma e un po’ di sana “tigna” (in dialetto romano si chiama così l’ostinazione) per dimostrare che qualcosa può essere fatta in modo diverso. Ci vorrà più impegno, più studio, più allenamento, canali diversi, qualche spalla su cui piangere ma si può fare anche in maniera diversa da quella dettata dagli esperti. Certo, l’area PRO è ancora uno spazio piccolo e visto con sufficienza dal mercato e dagli editori. Siamo ancora una piccola isola un po’ decentrata che i visitatori considerano ancora un po’ “da sfigati”. Ma io sono e sarò sempre una nerd, e la nomea di “sfigata” non mi scalfisce.

E allora voglio raccontarvi anche la storia degli “indie” che dal 2021 hanno rotto il paradigma del Salone del Libro di Torino e poi la voglio allargare ai “self” in tutti i settori. Chi sono? Anzi, posso dire, chi siamo?

Siamo persone che scelgono di produrre e distribuire in autonomia le proprie creazioni. Siano libri, podcast, video, film o qualunque altra opera, siamo coloro che scelgono di non affidare e cedere i diritti delle proprie opere ad editori o produttori. Non perché ci stanno antipatici o sono brutti e cattivi, anzi, ma solo perché vogliamo avere voce in capitolo sulle nostre creazioni. Ce ne assumiamo gli oneri, di responsabilità e di economia, di fronte al piacere della nostra indipendenza.

In molti dei paesi dove ho vissuto, soprattutto in quelli anglosassoni, questa pratica è comune e non stigmatizzata. Viene vista infatti per quello che è: una scelta del creatore o dell’autore. Per il mercato italiano invece, fino a qualche anno fa era impensabile anche solo considerare un prodotto indie come “valido” se non avesse avuto un bollino certificatore di un editore o un produttore.

Quando 10 anni fa ho cominciato a pensare che avrei voluto entrare nel mercato dell’editoria italiana senza compromettere il mio desiderio di libertà e di indipendenza, mantenendo il mio “essere indie inside”, i molti esperti mi dicevano che ero pazza. Mi dicevano che sarebbe stato impossibile ritagliarsi anche solo una piccola nicchia in un mercato dominato da logiche che io non capivo (e non voglio capire). Mi dicevano che il mondo degli “indie” era quello degli sfigati, di quelli che non hanno speranze, di quelli scartati da tutti, di quelli che non potevano riuscire.
Mi dicevano che avrei dovuto trovarmi un editore, un produttore o qualche operatore di questo mercato che mi avrebbe “coperto le spalle” perché soltanto con qualcuno così avrei potuto avere il mio spazio. Non mi hanno convinta, è troppo radicata in me la convinzione che deve valere la competenza e la dedizione, non la forza economica di chi ti porta sul mercato.

E allora li ho ignorati, e seppure non volo come un calabrone, rompo le scatole come una zanzara. Non corro, cammino, con le mie scarpe, il mio ritmo e la mia indipendenza.
Con la mia agenzia scrivo e aiuto a far pubblicare libri ad altri self, realizzo podcast e aiuto altri a realizzare i loro, tengo corsi sulle tecniche, gestisco la nostra rivista InKantata e lavoro con amore e dedizione alle mie realizzazioni e a quelle dei miei clienti.
Non diventerò mai un gigantesco colosso del mondo editoriale italiano, non ne ho l’ambizione né il desiderio, anzi quel mondo dei colossi mi piace davvero poco.


Io, come Varenne, voglio solo divertirmi trottando.

Venite a trovarmi, dovrei essere al PAD.2 G110 – Area PRO il 15-16-17 maggio, ma se non mi trovate là, contattatemi su Telegram (@storiespettinate) o su WhatsApp, mi starò sicuramente perdendo in tante belle chiacchiere e abbracci e sorrisi con persone belle, mi farebbe piacere aggiungervi alla lista degli abbracci.

PS: Sia chiaro un punto: gli indie non odiano gli editori o i produttori, ne conosco alcuni con cui ho forte il desiderio di lavorarci insieme, molti con cui attualmente collaboro e costruiamo insieme cose belle. Si può essere amici senza dover per forza condividere la stessa strada o condividerla soltanto per un singolo obiettivo. Amo e sono amata da molti di loro, nella mia indipendenza e nel rispetto della loro bravura ed esperienza.